Tibet

reportage fotografico di Ugo De Berti

Un reportage al seguito della spedizione scientifica e alpinistica al Monte Everest guidata da Agostino da Polenza nel 2004 in occasione delle celebrazioni del 50° anniversario della conquista italiana del K2.

Leggi la relazione del viaggio.

La scienza in quota

Mostra fotografica di Ugo De Berti
Segrate, 17 maggio 2005

Incontro dibattito con interventi di:
prof. Claudio Marconi
responsabile del team scientifico. Primo ricercatore presso l’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del CNR, a Segrate. Docente di Fisiologia dello Sport e dell’Esercizio fisico.
prof. Flaminio Cattabeni
professore ordinario di farmacologia presso l’Università Statale di Milano.
prof. Massimo Musicco
ricercatore presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR, a Segrate.
dott.ssa Carla Pettenati
responsabile del Centro Alzheimer presso l’Ospedale di Passirana (Rho).

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Raccontare il Tibet: lo sguardo dei grandi viaggiatori

Mostra fotografica e conferenza con Ugo De Berti
Locarno, 8 febbraio – 7 aprile 2006
Saranno presentati, letti e mostrati appunti di viaggio, pagine scientifiche, reportage dei nostri giorni, filmati storici di grandi viaggiatori e giornalisti del nostro tempo.

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Il mio Tibet

di Ugo De Berti

Non c’è felicità per chi non viaggia, Rohita!
A forza di stare nella società degli uomini,
anche il migliore di loro si perde.
Mettiti in viaggio.
I piedi del viandante diventano fiori,
la sua anima cresce e dà frutti
e i suoi vizi son lavati via dalla fatica del viaggiare.
La sorte di chi sta fermo non si muove,
dorme quando quello è nel sonno
e si alza quando quello si desta.
Allora vai, viaggia, Rohita!

Dagli antichi testi sacri indiani del Brahmana

Il viaggio che mi condurrà alle falde del monte più alto della terra inizia in aprile nei laboratori dell’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del CNR di Segrate, qualche metro sotto il livello del suolo. L’obiettivo del team scientifico che mi accoglie al suo seguito, chiedendomi in cambio di assoggettarmi volontario, e volenteroso, a svariati test e analisi, è quello di condurre uno studio su soggetti sani, tibetani e non, sottoposti agli effetti dell’ipossia, cioè alla riduzione della percentuale di ossigeno nel sangue arterioso dovuta all’alta quota. Queste ricerche permetteranno l’applicazione dei risultati soprattutto allo studio e alla cura delle malattie cardiorespiratorie, generalmente caratterizzate da stati ipossiemici, o ancora più in generale sui processi di invecchiamento fisiologico del nostro corpo. La popolazione tibetana costituisce un modello ideale per lo studio delle risposte fisiologiche all’ipossia cronica, poiché essa è stata soggetta nel corso dell’evoluzione ad un adattamento di tipo genetico che la rende portatrice di caratteristiche biologiche uniche. La spedizione del CNR è inserita all’interno di un evento molto più ampio denominato K2 2004 – 50 anni dopo, un’ambiziosa spedizione sia scientifica che alpinistica promossa da un consorzio di istituzioni di massimo livello, in occasione del cinquantenario della conquista italiana del K2. Capitanata da Agostino da Polenza, successore naturale di Ardito Desio, la spedizione K2 2004 – 50 anni dopo tenterà, con successo, di portare quasi contemporaneamente in cima all’Everest e al K2 squadre di alpinisti italiani e insieme promuovere e coordinare missioni scientifiche dei più svariati ambiti di studio.

Destinazione Tibet, dunque, altipiano sterminato con un’altitudine media di 4.000 metri, oggi regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, territorio brullo e inospitale che la catena dell’Himalaya priva quasi totalmente di perturbazioni rendendo estreme le condizioni climatiche e ambientali. Ed è proprio nel cuore del Tibet, tra le braccia di una natura insieme affascinante e difficile, che il laboratorio di ricerca del seminterrato del CNR di Segrate dovrà traslocare per un paio di settimane. Le attrezzature viaggiano con una nave cargo e poi via terra passando da Kathmandu, in Nepal; il personale scientifico vola invece fino a Lhasa (3.658 m.), la capitale del Tibet, dove ha inizio il periodo di acclimatazione necessario ad adattare il corpo all’altitudine e che sarà punto di partenza di un viaggio di avvicinamento alla nostra meta finale via terra che richiederà più di tre giorni. Il periodo richiesto dall’acclimatazione e gli spostamenti che in questa regione sono lenti e polverosi, ci concedono tuttavia la visita di alcuni siti di interesse storico, religioso e culturale. Lhasa, la “città degli dei”, oggi profondamente divisa in due parti ben distinte, una tibetana più tradizionale, l’altra abitata dai cinesi di origine han che dagli anni Sessanta sono stati i protagonisti di un vero e proprio popolamento voluto dalle autorità di Pechino. Visitiamo il tempio Jokhang, probabilmente il luogo più sacro e amato dai buddhisti lamaisti del Tibet, cuore della religiosità e meta di incessanti pellegrinaggi e profonda devozione. Il Potala, ex residenza del Dalai Lama e tra gli edifici storici più importanti e imponenti di tutta l’Asia, magnificente simbolo di una cultura e di una religione la cui sopravvivenza è fortemente in pericolo. Il monastero di Sera che si trova a pochi chilometri da Lhasa e che prima della furiosa Rivoluzione Culturale cinese ospitava più di cinquemila religiosi e dove oggi, tra le rovine dei bellissimi templi e ciò che un tempo era una vera e propria cittadella, vivono e studiano alcune decine di monaci; nel pomeriggio li troviamo intenti nel loro quotidiano esercizio di combattimento intellettuale, vere e proprie sfide/dibattito su temi religiosi in cui urlano, si arrabbiano, battono le mani e i piedi e verificano così il loro livello di preparazione. Abbandoniamo quindi Lhasa percorrendo su di un pulmino sgangerato le immense vallate dell’altipiano, superiamo passi a più di cinquemila metri, scendiamo veloci (troppo veloci a volte!) fino a costeggiare bellissimi laghi salati, eredità marina dell’evoluzione del continente indiano ancora relativamente recente. E via verso la quieta Gyantze, la città che meno porta i segni della convivenza coatta con i cinesi, con le sue case ancora in stile tradizionale e con un’intatta vocazione all’allevamento dei cavalli e alla pastorizia; poi Shigatze che ospita il magnifico monastero di Tashilunpo, una volta sede della seconda autorità religiosa e politica del Tibet, il Panchen Lama, figura intorno a cui oggi è accesa un’altra dolorosa disputa: infatti il governo cinese lo vorrebbe incarnato nel figlio di un funzionario del partito comunista, mentre un altro individuo, riconosciuto dal Dalai Lama, è stato fatto letteralmente sparire da Pechino.

Finalmente raggiungiamo la nostra meta, Shegar, un villaggio a 4.300 metri di altitudine a circa sei ore di jeep dall’Everest, e tra le mura di una nuova costruzione destinata, nelle intenzioni, ad essere un piccolo alberghetto, viene allestito il laboratorio scientifico al completo e dato il via ai test. Qui manca praticamente tutto. Manca l’acqua corrente che viene sostituita da quella attinta da un fiumiciattolo che scorre lì vicino, fatta bollire e distribuita ancora torbida in grossi thermos che servono per il tè, l’igiene personale, il bucato. Manca l’energia elettrica, erogata a singhiozzi da un rumorosissimo quanto inaffidabile generatore elettrico che dovrebbe permettere di fare funzionare i computer, l’ecocardiografo, il tapis roulant e tutto ciò che occorre alla raccolta di dati scientifici (che dovranno essere della stessa qualità di quelli raccolti nell’avveneristico edificio del CNR a Segrate). Assente, ma questo ce lo aspettavamo, il riscaldamento. Più a sopresa invece la mancanza dei gabinetti, sostituiti, a scelta, o da una piccola dépendance esterna dotata di pratici e ampi buchi nel pavimento, o da un cumulo di terra soprannominato “il termitaio” dietro cui celarsi nottetempo, oppure da una mai tanto sperata stitichezza intestinale. D’altra parte, molte cose vi sono in abbondanza: il vento teso e polveroso che si alza nel pomeriggio e che rende quasi impossibile starsene tranquilli all’esterno dell’edificio; l’ossessiva presenza nel menù della carne di yak e del riso in bianco, o la zuppetta d’orzo (questa per la verità graditissima) che ci viene servita a cena dai nostri cambusieri nepalesi. Non mancano neppure le vasche idromassaggio di ultima generazione installate nei locali da bagno dell’alberghetto, intonse, in attesa pure loro dell’allacciamento alla rete idrica di cui si è già detto prima. Soprattutto non manca la lunga fila degli abitanti dei villaggi vicini che si appostano fin dal mattino fuori dalla porta, sperando in una visita che non gli sarà negata: a fine giornata, quando il generatore elettrico ammutolisce e i ricercatori si liberano dalla tabella di marcia dei test, un locale viene adibito appositamente ad ambulatorio. Donne, bambini e uomini si accalcano, qualcuno è sano e robusto e forse non desidera che un piccolo check up, moltissimi hanno invece problemi agli occhi dovuti al particolare irraggiamento solare presente a quella quota, molti altri ancora hanno problemi di tipo intestinale o legati all’alimentazione che è tutt’altro che varia e completa; quando possibile si procede con una cura, per molti altri non rimane invece che consigliare, o forse augurare un trattamento più serio in un ospedale. Ma ciò che senza dubbio non manca a Shegar, è l’ostinazione con cui i ricercatori portano avanti il loro lavoro scientifico, nonostante l’ipossia che taglia il fiato e sopisce il buon umore, nonostante il mal di testa e l’insonnia che affliggono moltissimi di coloro che si mettono in viaggio alla scoperta del “tetto del mondo”. E non mancano d’altronde gli indimenticabili incontri con il popolo del Tibet che è dolcissimo, accogliente ed è esempio di una dignità che sembra perduta, la dignità verso se stessi e gli altri; tuttavia il popolo tibetano può essere considerato il più solo al mondo, schiacciato culturalmente ed economicamente da una potenza che se ne arroga non solo l’appartenenza, ma anche il passato e, con una violenza che sembra non lasciare scampo, anche il suo destino… e da tutti gli altri, dimenticato.

Il ritorno verso il Nepal, inutile dirlo, è tutta una discesa; è una strada che sembra graffiata dalle mani di un folle sui lati di una valle profondissima. Ne percorriamo il tracciato aggrappati ad un versante e come in una sfida combattuta fino all’ultima curva, fortunatamente vinta, alla fine ci attende il meritato premio. È l’ingresso in quel magnifico giardino che è il Nepal, in cui la lussuria della natura sembra avere preso il sopravvento su tutto: nei colori delle case, nel profumo e il sapore dei frutti della sua terra, nella bellezza dei volti di un popolo anch’esso amico e che esprime una felicità profonda che a noi, purtroppo per noi, appare oramai arcana.

Milano, 6 dicembre 2004