Saharawi

reportage fotografico di Ugo De Berti

Un reportage dai campi profughi saharawi in Algeria, dove oggi vivono circa 175.000 persone. I campi nacquero nel 1975 dopo l’invasione del Marocco del Sahara Occidentale. In attesa di rientrare nella loro patria, i profughi saharawi si autogestiscono grazie anche al sostegno di numerose associazioni e istituzioni internazionali.
Le immagini raccontano in particolare l’attività di Rio de Oro, Onlus italiana che dal 2000 si occupa di attività di solidarietà, educazione, sviluppo e scambio con il popolo saharawi.

Il reportage di viaggio

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Smara, 13 ottobre 2008

L’Africa ci entra dalla porta guardandoci con gli occhi di Sueri. Ancora appisolati come siamo dopo un viaggio durato quasi 24 ore, la luce che penetra dalla tenda nella nostra stanza di fango e tappeti è quasi un abbaglio. Ci siamo arrivati nel cuore della notte ad Asmara, uno dei campi profughi Saharawi che si trova non molto distante da Tindouf, nel sud ovest dell’Algeria.

Stiamo seguendo i passi di Rossana, responsabile di Rio de Oro, un’Ong italiana che promuove diversi progetti con questo popolo. Rossana ha lavorato per anni in Russia con i bambini di Chernobyl e da otto anni si dedica ai Saharawi. Questo è il suo trentesimo viaggio nei campi profughi. Si occupa dei bambini portatori di handicap fisici e mentali con progetti nei campi e in Italia. Questa estate ha portato ventiquattro bambini nel nostro Paese, sei dei quali non camminavano neppure. Ha una forza interiore che si respira a starle vicino, e una borsa con 40mila euro in contanti delle adozioni a distanza: 50 euro a bambino, tre volte all’anno. Tanti gliene danno le famiglie italiane, tanti ne gira a quelle Saharawi.

Ci tiriamo in piedi. La stanza è davvero confortevole. Cuscini piccoli e grandi sono l’unico arredamento. Sueri ci guarda curioso dalla porta. Parlano i suoi occhi, invitandoci ad alzarci in fretta. E’ tardi, c’è la colazione che aspetta. Pane, marmellata, burro, latte, caffè.

Poche ore prima, all’aeroporto di Algeri, avevamo incontriamo diversi altri cooperanti in attesa del volo per Tindouf. Francesi inglesi, italiani, spagnoli. La maggior parte dei passeggeri del volo notturno verso quella che un tempo era un avamposto militare e che ora è la città più vicina ai campi profughi. Il numero delle organizzazioni internazionali coinvolte a vario titolo nei territori Saharawi è eccezionale. Complici anche condizioni ideali per chi opera in questo settore: un paese ospitante amico, l’Algeria; un territorio privo di pericoli; una popolazione politicamente ben organizzata, residente da più di trent’anni nello stesso lembo di deserto e volentieri aperta agli aiuti internazionali. Incontriamo Paolo, Sergio e Paola, anche loro in attesa del volo. Ci propongono di andare a mangiare in un ristorante di pesce ad Algeri. Salto sul loro taxi, hanno l’aria di sapere il fatto loro. Soprattutto Paolo che è un vecchio amico dei Saharawi. Quasi vent’anni di cooperazione e due libri all’attivo. Decine i suoi progetti promossi attraverso le cooperative sociali toscane. Sergio è un vivaista mentre Paola è architetto. Dopo l’alluvione del 2006 che ha devastato i campi profughi distruggendo quasi metà di tende e case, Paola è stata coinvolta in diversi progetti di ricostruzione. La sfida più grossa, mi racconta, è quella di fare accettare l’uso del cemento armato. Il Fronte Polisario, l’organizzazione politico-militare che rappresenta la popolazione del Sahara Occidentale, non ne vuole sapere: niente di definitivo nei campi profughi. Basti il minimo indispensabile per sopravvivere bene. In fondo è solo questione di pochi anni ancora… prima dell’indipendenza. Lo vanno ripetendo da 35 anni, cioè da quando il controllo dei loro territori è passato dalla colonia spagnola a quella, illegale e sanguinaria, imposta dall’invasione marocchina nel 1976. Non utilizzare il cemento armato è una scelta politica. Tanto più ingenua quanto più va a pesare sulla vita delle persone. Ma è così e basta: vogliono essere liberi di decidere quando levare le tende. Le eccezioni riguardano solo le sottili fondamenta delle case costruite con mattoni di sabbia e acqua e alcuni, pochi, edifici amministrativi.

Sueri è il più piccolo della famiglia di Mohammed Cheja e sua moglie Kdeja. Ha quattro anni al massimo, ma non è del loro sangue. Sueri è un figlio adottato. Sua madre Minettu ora è in bedìa, nel deserto. Così si chiamano i pascoli destinati all’allevamento dei cammelli. Che tradotto può voler dire “ovunque”. Altrove da qui. A lui piace la sua famiglia d’adozione e la vita del campo. Gli piace soprattutto giocare ad imitare i grandi: prendere la jeep e, “brum brum”, andare da un campo profughi all’altro. Fare benzina al distributore. Magari ti chiede di tossire mentre sei lì che stai giocando con lui sul suo tappeto a quattro ruote motrici, così può portarti all’ospedale di Rabuni per farti curare dai medici.

Nghia, una bella ragazza di ventidue anni, la più giovane dei sette figli Mohammed e Kdeja, entra per preparare il tè ai suoi ospiti, dando però l’impressione che di noi si curi poco. Dopotutto è il rito che conta. Accende le braci nel piccolo braciere, scalda l’acqua e aggiunge le foglie di tè verde. Gesti lenti e precisi: versa il tè nei piccoli bicchieri di vetro. Li travasa l’uno nell’altro facendo un po’ di schiuma. Poi ancora nella teiera. Poi nuovamente nel bicchiere che ci porge. Il rituale si ripete per tre volte. Dicono da queste parti che il primo bicchiere di infuso, il più concentrato di tè, è amaro come la vita. Il secondo è dolce come l’amore. Il terzo, più leggero, soave come la morte.

Rimaniamo sui nostri tappeti per un paio d’ore. Inutile uscire quando è l’Africa stessa a farti compagnia. Ci raggiunge Kdeja, la mamma. Si sdraia di fianco a noi pigramente. Poi incomincia a chiacchierare con Rossana in arabo. Il racconto si spinge fino al 1976, ai bombardamenti dell’esercito marocchino sulla popolazione in fuga dai territori del Sahara Occidentale. C’era anche lei, da poco incinta del suo primogenito. Fuggivano dalle loro case in decine di migliaia a piedi, facendo da bersaglio alle bombe al napalm dell’aviazione. Camminava per chilometri ogni giorno, con le tuniche arrotolate intorno ai piedi per non sentire dolore. Mentre vicino a lei altre donne più avanti con la gravidanza partorivano dalla paura, abbandonando i feti nel deserto. Kdeja lo racconta senza rancore. Sorride quando ci spiega che a un certo punto lei e la sua famiglia riuscirono a salire su una macchina e a raggiungere i confini dell’Algeria. Trovarono la salvezza in questo lembo di deserto inospitale. Lei, i suoi figli, i figli dei suoi figli, sono profughi da allora. Il racconto si conclude: abbiamo finito il nostro terzo, soave, bicchiere di tè.

El Ayoun, 14 ottobre 2008

La nostra jeep si ferma da qualche parte nel deserto. Amdy ed io ci allontaniamo un poco. Mohammed invece si fa da parte per la preghiera. Rossana e Marco rimangono sull’auto. Siamo immersi in una luce irreale. E’ tutto il giorno che una strana foschia vela il sole. Penso che sia sabbia: un pulviscolo in sospensione sopra le nostre teste per un centinaio di metri, poi l’aria limpida e azzurra.

Faccio qualche passo più in là. Non riesco neanche a calcolare la distanza di quello che ci circonda. Nessun punto di riferimento. Pietre, sabbia, minuscole variazioni di colore laggiù, ogni tanto segni di ruote che si incrociano in punti qualsiasi e che vanno in ogni direzione. Quale scegliere per tornare a casa? Soprattutto ora che anche quella pallida moneta di sole sembra scomparire in un’aria ancora più densa? Ora che si è alzato il vento?

“La Corte conclude che gli elementi e le informazioni portati a Sua conoscenza non stabiliscono l’esistenza di alcun legame di sovranità tra il territorio del Sahara Occidentale e il Regno del Marocco”. Così si trova scritto nella risoluzione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja del 16 ottobre 1975. In quei mesi il Marocco aveva occupato illegalmente il territorio del Sahara Occidentale. L’avevano chiamata la Marcia Verde: 350mila marocchini riversatisi oltre il confine per reclamare un territorio che, a detta di tutti gli organismi internazionali, a partire dall’Onu, non gli apparteneva. Poi le maniere forti. L’esercito da una parte, il neonato Fronte Polisario dall’altra. Alcuni Saharawi rimasero nei territori occupati. Una piccola parte del territorio del Sahara Occidentale fu invece liberata. Altri Saharawi, la maggior parte, fuggirono in Algeria come profughi. Oggi i territori Saharawi, quello “occupato” e quello “liberato”, sono divisi da un muro di 2700 chilometri in pieno deserto, da 20mila chilometri di filo spinato controllato a vista dall’esercito marocchino, e da oltre sei milioni di mine antiuomo e anticarro. La situazione è pressoché invariata da quasi 35 anni. Qualche scambio di prigionieri. Il vergognoso silenzio della comunità internazionale. Anche dopo la costituzione, nel 1991, della missione Onu Minurso, United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara, che ha l’obiettivo di mantenere il cessate il fuoco e di organizzare un referendum per l’indipendenza tra la popolazione Saharawi. Referendum di cui, inutile dirlo, non c’è stata traccia.

Per quanto mi riguarda, manca anche la traccia della pista che ci riporterà all’accampamento di Smara, da dove ci siamo allontanati per alcune commissioni di Rossana ad El Ayoun.

I campi profughi sono divisi in quattro wilaya, le province, distanti tra di loro decine di chilometri. Ogni provincia comprende sei o sette comuni, detti “daira”. Le wilaya hanno nomi di località del Sahara Occidentale occupate dalle truppe marocchine: El Ayoun, Ausserd, Smara e Dakhla. L’ultima nata è il “27 febbraio” (giorno della nascita della Rasd, la Repubblica araba Saharawi democratica), che in origine era una scuola femminile, poi cresciuta come insediamento abitato autonomo.

Mentre torno verso la macchina mi fermo a osservare Mohammed intento nella sua preghiera. Ma subito mi accorgo che qualcosa di ancora più interessante sta accadendo dietro di lui. Alle sue spalle l’orizzonte ha cambiato improvvisamente forma e colore. Una nuvola gigantesca e cupa si sta avvicinando verso di noi. Il vento rinforza. Ho la sensazione che delle mosche mi stiano ronzando intorno alla faccia. D’istinto le scaccio via. Ma quello che mi arriva addosso è sabbia. Granelli di sabbia che piovono dal cielo. Non so perché, ma mi viene in mente la scena finale di Terminator, quando Sarah, la protagonista del film incinta del figlio che diventerà il capo dei rivoluzionari che combatteranno contro le Macchine, si allontana da un distributore di benzina con la sua jeep (senza tettuccio) verso una “tormenta” che si sta abbattendo sul paesaggio desertico davanti a lei. Ecco, l’atmosfera è più o meno quella.

Riprendiamo la strada. In pochi minuti siamo dentro la tempesta. La sabbia si solleva da terra con una violenza incredibile, sbatte contro i vetri dell’auto da ogni direzione. I fari illuminano solo pochi metri davanti a noi. A volte siamo costretti a fermarci, immersi nel buio più totale. Il rumore che fa la sabbia è intenso, ma soffice. Non il frastuono dei nostri acquazzoni estivi sulle lamiere dell’auto. Poi la situazione cambia ancora. Il tergicristallo che gira all’impazzata incomincia a lasciare sul vetro strisce di fango. Alla sabbia si è unita la pioggia. E i fulmini cadono tutto attorno. Ben presto il terreno davanti a noi si trasforma in un mare di fango. E dopo pochi minuti è tutto uno schivare di pozzanghere. Impossibile fermarci, dice Amdy che davanti alle pozze più alte accelera per non rimanere impantanato. In compenso la sabbia non cade più e, a parte il diluvio torrenziale, c’è maggiore visibilità. Poi la macchina sbanda su una buca, scivola sul fango e fa un mezzo testacoda. Ripartiamo in silenzio. Amdy ci dice che negli ultimi quindici anni ha visto piovere così solo una volta, nel 2006, quando, dopo tre giorni di pioggia andarono distrutte quasi 50mila tra case e tende. Le case con i muri fatti di mattoni di fango secco, impregnate di acqua, crollavano anche dopo una settimana. Capiamo che il ricordo di questa tragedia è ancora vivo nella popolazione quando finalmente arriviamo al campo di Smara. La gente si è riversata nelle strade allontanandosi dalle case. Alcuni hanno rimontato le tende fuori dall’accampamento, vicino all’unica strada asfaltata che passa a qualche centinaio di metri dall’ingresso. Oppure è salita sulle poche auto a disposizione o si è riparata sotto i tendoni di alcuni camion. Noi procediamo verso casa. Vediamo una tenda crollata. Alcune case sono invase dall’acqua. Quando entriamo nella grande tenda che sta al centro del nostro gruppo di case, la pioggia ha smesso di cadere. Ma tutti sono intendi a scavare fossati per fare defluire in qualche modo l’acqua. Ci mettiamo all’opera anche noi. La pioggia riprende con grande violenza. Tutto intorno è un vero e proprio lago. Abbiamo solo una pala. Per il resto usiamo pentole, pezzi di ferro o le mani nude. Senza parlare ci coordiniamo per creare un canale di scolo che faccia defluire l’acqua dalla tenda verso la strada. Ma non è facile capire qual è effettivamente il punto più basso in questo mare di fango, e ci capita di convogliare involontariamente l’acqua da una parte della casa all’altra, senza grandi risultati. Però siamo anche gli unici a lavorare per strada. Il resto della gente è come scomparsa. Dove siano non lo so: se dentro casa o addirittura già lontani dall’accampamento.

La pioggia smette del tutto. Le pozzanghere diminuiscono lentamente senza più lambire i fragili muri delle case. La situazione torna sotto controllo. Ci ritroviamo dentro la grande tenda, tutti inzuppati. Kdeja stringe tra le mani alcune foto in bianco e nero, le uniche cose che si è assicurata di mettere in salvo dalla sua stanza durante l’apice della tempesta. Uno dei suoi figli prepara del tè caldo. Siamo stretti al centro della tenda, nell’unica porzione rimasta asciutta. Passano di mano in mano dei datteri secchi. Ci guardiamo sorridendo. Questo è il cibo delle grandi occasioni.

El Ayoun, 15 ottobre 2008

Sono sdraiato in un angolo della tenda, verso est, posizione strategica. Da qui si gode un po’ di corrente d’aria. Il caldo delle due del pomeriggio ci permette giusto di stare sdraiati. Immobili. Amdy, il nostro amico saharawi che ci fa da autista in questi giorni, dorme il sonno del giusto. Si cura di noi come un padre. Passa il tempo a ronzarci intorno, registrando mentalmente la nostra posizione. Quando non ci trova più, si agita e parte alla ricerca del disperso. E’ l’istinto del cammelliere. Poco fa ci raccontava della sua amata bedìa, il pascolo dei cammelli, della mandria che a turno guida con i suoi fratelli: un centinaio di animali, quasi tutti di suo padre. Come si pascolano i cammelli nel Sahara? Sto indagando. Per ora so che bisogna percorrere migliaia di chilometri tra Mauritania, Sahara Occidentale, Algeria. Dodici ore di marcia al giorno, quattro, cinque chilometri all’ora di media. Il deserto pensa al resto prendendosi cura di cammelli e cammellieri: acqua, oasi, arbusti, qualche rara pianta.

In questa ora caldissima di metà giornata, io che non sto camminando, non sono sotto il sole e non sto pascolando cammelli, mi pare di avere giusto le forze per stare sveglio e scrivere qualche appunto su questo taccuino. Più tardi dovrò copiarli il più in fretta possibile sul computer portatile, ormai con le batterie esauste. Da quando ci siamo trasferiti a El Ayoun le condizioni sono decisamente più sfavorevoli. Siamo ospiti della famiglia di Gady, uno dei 24 bambini che questa estate sono stati ospiti in Italia, a Gavardo. La casa è modestissima. Intorno a un piccolo cortile centrale si aprono tre stanze, tre costruzioni di fango decisamente minimal in termini di design. Anche la grande tenda che chiude un lato del cortile è piuttosto essenziale: vecchi materassini di gommapiuma, tappeti lisi, coperte sgualcite. Il soffitto della tenda è invece un collage di vecchie malhfa tessute tra di loro, per la verità non privo di un certo gusto artistico.

La famiglia è così povera che quando ho chiesto alla nonna di Gady dove fosse il bagno, mi ha risposto, regalandomi una lezione insieme di eleganza e ironia, “dove preferisci”. Ripensandoci meglio la risposta sfiora addirittura il geniale. E non era finita lì. Poco più tardi, mentre un po’ sconsolato mi stavo attrezzando per andare alla ricerca del posto idoneo dove ritirarmi (giuro, non avrei mai avuto il coraggio di farla in cucina), una delle nipoti mi ha preso per mano chiedendomi di seguirla. Abbiamo camminato un centinaio di metri finché non mi ha indicato un piccolo parallelepipedo di fango con una porta di ferro. Ero alla presenza del miglior bagno dei dintorni. L’avevano cercato, chiesto in prestito, lavato e ripulito, addirittura profumato. E avevano anche riempito l’immancabile secchio di acqua fino all’orlo. Un gesto che mi ha commosso. Trovatemi voi una migliore definizione di ospitalità.

Gady ha otto anni e una tetraparesi spastica. Nessuna delle sue quattro zampine gli funziona bene. Però riesce a trascinarsi dove vuole, capisce lo spagnolo e parla anche un po’ di bresciano. Il resto è sorriso da conquistatore. L’affetto che lo circonda è straordinario: ogni parente o amico che passa a trovare la famiglia si avventa su di lui facendolo giocare e passando ore a parlarci insieme. La nonna si prende cura di lui. Sua madre è sempre lontana, mentre suo padre è morto qualche anno fa.

La disabilità, tra i Saharawi, è vissuta in un modo tutto originale. La tenda, per esempio, cioè il luogo dove ogni adulto o bambino passa la gran parte della propria vita, è pressoché priva di barriere architettoniche. Puoi muoverti da un materasso all’altro e da un tappeto all’altro con o senza l’uso delle gambe. C’è più tempo per stare insieme. Puoi vivere con la tua famiglia, ma anche stare bene in casa di un parente o di un vicino. Non sei mai solo. Se poi si pensa alle prospettive del proprio futuro, che aimé da queste parti sono ben poche, non sono molto diverse da chi sta peggio di te fisicamente o mentalmente. Non è certo una consolazione. Però non si può dire che Gady sia meno felice di altri bambini come lui che vivono in zone più fortunate della Terra. I limiti qui sono di altro tipo. La nonna è convinta che Gady si trovi in queste condizioni perché sua madre ha mangiato troppo sale mentre era in gravidanza. Un’altra famiglia spiega la distrofia muscolare del figlio spiegando che da quando è tornato dalla Spagna, dove secondo loro ha guardato un sacco di televisione, non cammina più. Una madre incolpa del ritardo mentale del figlio un uccello che si è accodato al corteo di battesimo del piccolo. Con una mentalità del genere diventa difficile spiegare come in realtà dei miglioramenti sono invece possibili. Che un bambino come Gady potrebbe anche iniziare a camminare. Se solo lo si aiutasse nella maniera giusta.

Ci sono arrivate nuove notizie da Smara. Alcune case sono ancora inagibili dopo l’alluvione, altre sono crollate. E il numero delle tende montate fuori dall’accampamento è oramai di qualche centinaio. Per noi ad El Ayoun semmai il problema è un altro. Il caldo e le mosche ci assillano. Solo in questa tenda ce ne sono migliaia. Ovunque. E’ la stagione, dice Rossana, e non è neanche il peggio. Ci danno tregua la notte. Come ieri sera, quando una splendida luna piena ci ha convinto a mettere i nostri materassi fuori dalla tenda. Non mi capitava di dormire all’addiaccio da molti anni. Ho pensato che fosse una vera fortuna averne finalmente la possibilità.

Smara, 16 ottobre 2008 – N 27.49608 W 7.81687

For all your revolutionary needs, Che lives.
Avevo in testa questa frase da stamattina. L’ho letta e fotografata sulla felpa di un ragazzino che ci ha accompagnato al mercato di Smara. Avrei voluto dedicarla a Roberto, amico rivoluzionario, spiegandogli come Cuba è tutt’ora fondamentale nella crescita culturale del popolo Saharawi. Che la maggior parte dei laureati qui, e credetemi che non sono pochi, hanno studiato nelle università di Cuba. Medicina principalmente. Ospiti del regime di Castro, amico del popolo Saharawi. Non che se la siano passata bene, si intende: ieri ci ha raccontato la sua esperienza Mohammed Salem, detto il “Paesano”, dottore in sociologia. A colazione spesso capitava di mangiare una sola galletta. E le fette di pane a pranzo erano trasparenti. Però un diploma l’hanno preso e alcuni l’hanno fatto fruttare in università e aziende spagnole. Avrei voluto raccontarvi altre cose su questo curioso rapporto tra Cuba e la causa del Sahara Occidentale e della complessa rete geopolitica dove da decenni è impigliato questo piccolo popolo. Facevo mente locale sul tema proprio ieri sera, in una situazione altrettanto paradossale. Ci eravamo diretti verso il Centro di idrologia, unico posto dove si possa accedere liberamente a una rete wifi e tentare (per ora senza grandi successi) di navigare gratuitamente su internet via satellite. Il Centro si trova in cima a una piccola collina nel cuore del deserto. Pietre e sabbia a perdita d’occhio (ieri, da favola, il sole al tramonto). Un pozzo di oro blu, che pesca acqua salata a un centinaio di metri di profondità. La porta in superficie potabilizzandola con un processo di osmosi. E la fa defluire in tre grosse cisterne di metallo in attesa della distribuzione via camion nei campi profughi. Io ero lì. Con le orecchie tese, ad ascoltare la cascata di acqua all’interno, e a percepirne le vibrazioni con le mani appoggiate sulla lamiera.

Avrei voluto raccontarvi meglio di Cuba, dell’Algeria, della Spagna, del Marocco (ok, avrei comunque scopiazzato da una tesi che ho trovato su internet!). Lo traduco imboccando la scorciatoia metaforica di qui sopra. Fatene ciò che volete, poi vi racconterò meglio.

Il diario africano è quasi finito per oggi. Sono infatti intento a pagare il mio obolo intestinale, pegno di questo straordinario viaggio. Tanto ieri ho desiderato un cesso pulito… che oggi non ne ho più potuto fare a meno. In queste condizioni tutto si trasforma, cambia la percezione delle cose. Altro che diario sentimentale… mentre vomitavo una banana fuori dal ministero degli affari sociali che Rossana sta facendo costruire a Rabuni grazie a un progetto della Regione Marche, mi è venuto da canticchiare dentro di me una poesia di Benni che fa tanto ridere me e mio padre: “Le piccole cose che amo di te” (leggetevela, ne vale la pena). Ecco, più o meno, quando sei in queste condizioni, funziona così.

Prendi quel signore che si è avvicinato alla jeep questo pomeriggio, padre di una bambina in partenza per l’Italia per una delicata operazione di chirurgia plastica. Un bel signore, vestito di bianco, molto socievole. Voleva a tutti i costi tenermi una lezione di linguista comparata sui tempi del francese, dell’arabo e dell’inglese, che lui parla molto bene. Io tenevo la testa appoggiata all’indietro, riverso sullo schienale. Gli occhi socchiusi. Gli ho detto che non parlavo inglese, né francese, né arabo, né spagnolo. Che lingua parlavo? “Un poco di italiano” mi è venuto da dirgli con l’espressione di chi vuole starsene a morire da solo in mezzo al deserto. “Arrivederci, allora”, mi ha risposto senza muoversi. “Io sono un cow camel”. Mi sono girato verso di lui, non ho resistito: “Intende dire, un camel boy?!”. “No no… un cow camel, pastore di cammelli! Do you speak english?”. L’ho fissato come si fissano tra pistoleri nel Far West: “no”. “Well. Goodbye friend”. Ho richiuso gli occhi. Potevo sentire il suo respiro sul mio collo. “Sa mia figlia questo e quello… l’Italia bla bla bla”. Avrei voluto ucciderlo. Sì, proprio un saharawi, e tirandogli per bene il collo.

Aeroporto di Algeri, 18 ottobre 2008

Rossana mi ha scaldato un po’ di acqua sul fuoco, aggiungendola a quella fredda del secchio. Ho appeso al chiodo la biancheria pulita, i jeans, la felpa Stefanel. Il sapone è sulla minuscola finestrella del bagno, si vede la luna. Il nostro volo di rientro è fissato per le due di questa notte. Lasceremo il campo profughi di Smara non più tardi delle undici e mezza. Con la pila frontale tengo sotto controllo uno grosso scarafaggio marrone. Lo stesso che già altre volte mi ha fatto compagnia nelle mie abluzioni serali. Non mi sembra una bestia ostile. Alla lunga gli riconosco pure di avere un aspetto interessante, non brutto. Solo che preferisco averlo davanti agli occhi, piuttosto che non vederlo più e immaginarlo mentre si arrampica sulla mia schiena insaponata.

Anche Rabat non è ufficialmente ostile nei confronti dei Saharawi. D’altronde, vanno ripetendo i suoi funzionari, il Marocco non vieta ad alcun profugo di rimettere piede nei territori del Sahara Occidentale. Anzi, acquisendo lo status di suddito marocchino, l’interessato avrebbe diritto a dei sostegni economici, oltre che al godimento di tutti i diritti e servizi offerti dallo Stato. Perché allora continuare a vivere da profughi nell’inferno dell’hammada algerina? Perché non accettare l’offerta di essere riconosciuti nei territori del Sahara Occidentale come minoranza etnica? E risolvere il conflitto accontentandosi di un po’ di autonomia politica?

Attingo l’acqua dal secchio con una piccola brocca e incomincio a versarmela addosso. E’ un sistema piuttosto efficiente, economico e non manca di qualche sfumatura romantica. Non mi fa rimpiangere la doccia di casa. Mi sono lavato così molte altre volte: in Tibet, in India, nelle saune in Finlandia e Norvegia, in Tunisia, su una barca a vela nelle Isole vergini britanniche, lungo un fiume in Austria e più volte sulle Alpi italiane, in Turchia, in Nepal e in tutti i centri termali che mi è capitato di frequentare. Si fa così con i bambini piccoli in ogni parte del mondo. Anche da noi. Fino a quando però, diventati grandi, ci tocca infilarci nel minuscolo spazio dei nostri box doccia.

Siamo arrivati ad Ausserd questa mattina mentre era in corso un incontro tra i rappresentanti della Regione Toscana e alcuni sheik. Così si chiamano i capi o in genere i saggi del popolo Saharawi. Sotto una grande tenda, seduti sui tradizionali tappeti, si chiacchierava di religione e politica. Alcune domande erano interessanti: “Perché non trasferite i campi profughi nella parte liberata del Sahara Occidentale?”. “Molti di noi già ci vivono. Però lì bisogna essere armati, sempre pronti a un eventuale conflitto militare. E’ una questione di sicurezza. Ci sono milioni di mine pronte ad esplodere, soprattutto lungo il muro che delimita il territorio occupato. I Saharawi hanno già firmato un accordo internazionale per lo sminamento. Il Marocco no”. “Molti dei vostri giovani studiano e vivono all’estero. Non avete paura che questo possa influire sulla vostra cultura?”. “Ogni Saharawi sa quanto siano importanti le nostre tradizioni. Che cosa rimarrebbe di un popolo come il nostro se, oltre alla propria terra, perdesse anche la cultura? Niente. Saremmo cancellati dalla Storia. I giovani questo lo sanno bene e ci tengono molto alla memoria e alle tradizioni”. “Siete mussulmani. Non avete paura di una estremizzazione religiosa della vostra lotta per l’indipendenza?”. “Non è il caso dei Saharawi. Oggi siamo definiti dei “moderati”. Come se la nostra religione potesse accettare posizioni “radicali” o peggio “estremiste”. Ma noi sappiamo bene che Islam e violenza non vanno mai di pari passo, per nessun motivo. Il rischio, semmai, è quello che il sostegno alla nostra causa venga compromesso per colpa del crescente giudizio negativo nei confronti dell’Islam”.

Nel corso di trent’anni di esilio forzato, la Repubblica autonoma Saharawi democratica ha conosciuto uno sviluppo sorprendente. Nel cuore di uno dei luoghi più inospitali del pianeta, senza la presenza di servizi basilari come l’acqua corrente o l’energia elettrica, ha creato una struttura amministrativa e politica solida ed efficiente. Ha aperto ambasciate in molte nazioni che la riconoscono ufficialmente (settanta in tutto il mondo, nessuna in Europa). Ha adottato una moneta virtuale per il piccolo commercio nei campi profughi: si paga in dinari algerini ma prezzi e contrattazione sono in dinari Saharawi (il cambio è di 1 a 2. Per curiosità: 1 kg di latte in polvere, 6 €. 1 turbante da tre metri, 2 €. Un set da tè tradizionale, 7 €. 1 litro di acqua, 0,50 €. 1 litro di Coca Cola, 0,50 €). Ha scolarizzato il 100% della popolazione giovane e si è aperta agli aiuti internazionali con progetti di solidarietà a lungo termine. Ogni anno, nei mesi più caldi, quando le temperature raggiungono i 55 gradi, migliaia di bambini e ragazzi lasciano le loro tende e vengono ospitati da famiglie europee. Li chiamano i piccoli ambasciatori. I politici sperano ancora nel referendum per l’autodeterminazione promesso dall’Onu e mai realizzato. Sostengono strenuamente la loro causa in ogni sede diplomatica. E sono pronti a imbracciare nuovamente le armi. I Saharawi non vogliono perdere di vista l’enorme scarafaggio… che ora ha ripreso ad arrampicarsi sul muro davanti ai miei occhi. E’ un momento critico, di massima vulnerabilità: devo farmi lo shampoo. Togliermi gli occhiali, la pila frontale, chiudere gli occhi, sfregare bene i capelli. Non c’è altro modo per lavare via la sabbia. Non è la stessa delle nostre spiagge. Quella del deserto si infila ovunque, depositandosi come una specie di patina sottile. La senti sotto i denti, nel naso, negli occhi. Fa stridere il sistema autofocus dei miei obiettivi, ti vela gli occhiali da sole. Mi sciacquo, punto subito la pila, la bestia non si è mossa. Mi rivesto con calma, apro la porta del gabinetto e attraverso il cortile. Nei miei jeans puliti mi sento già a chilometri di distanza. Dormono tutti.

Nota
Grazie a tutti quelli che in questi giorni ci hanno scritto. Impossibile per noi rispondere alle email, è già stata un’impresa spedirle (grazie a Zio per il satellitare in prestito). Qualcuno ci ha chiesto informazioni sul progetto di adozioni a distanza di Rossana e dell’Associazione Rio de Oro. In questi giorni abbiamo seguito passo a passo il destino dei soldi che vengono versati dalle famiglie italiane e che passano in mano alle famiglie dei bambini disabili Saharawi. La richiesta da parte dell’associazione è di 150 euro all’anno più 6 euro per le spese amministrative, per un minimo di tre anni consecutivi. I soldi possono essere versati in tre rate annuali. I 150 euro annuali finiscono integralmente nelle tasche delle famiglie Saharawi. Ad ogni adozione corrisponde un solo bambino e ogni bambino può ricevere una sola adozione. I bambini vengono selezionati da Rossana sulla base della gravità della malattia e del livello di disabilità, ma la lista d’attesa è ancora molto lunga. Almeno altri due adulti Saharawi collaborano volontariamente al progetto delle adozioni a distanza. Ma questo è solo uno dei tanti progetti già attivi nei campi profughi da ormai quasi dieci anni. Per partecipare alle adozioni a distanza o per un contributo diretto, è sufficiente contattare l’associazione Rio de Oro attraverso il sito www.riodeoro.it